Da Torrechiara a Badia Cavana

Partendo dallo straordinario Castello di Torrechiara e attraversando i vigneti di Casatico si giunge a Mattaleto. Una volta scesi a Langhirano si attraversa il ponte sopra il torrente Parma per poi raggiungere l'antico complesso abbaziale di Badia Cavana

Il Castello di Torrechiara 

La prima citazione di un castello è datata 1297, quando il Comune di Parma lo fa distruggere, avendo gli Scorza dato ospitalità ai ghibellini.

Presto venne ricostruito e fu base per le truppe degli Scorza, Lupi, Rossi e da Palù per muovere guerra a Giberto da Correggio signore di Parma. Dopo conquiste e riconquiste fra gli Scorza, e i loro alleati, e da Correggio, nel 1316 Giberto lasciò Parma e per Torchiara, non più strategico, iniziò un periodo di declino.

Nel 1447 Pier Maria Rossi, probabilmente vantando diritti per la partecipazione dei Rossi all’occupazione del castello nel 1313, iniziò l’edificazione del castello tuttora esistente, realizzandolo in 12 anni. Pier Maria dopo la morte di Filippo Maria Visconti (1447), di cui era condottiero d’esercito, aiutò Francesco Sforza che puntava alla signoria di Milano e gli consegnò anche Parma, avendo in garanzia il completo appoggio della casata.

Con l’uccisione del Duca Galeazzo Maria Sforza nel 1476, iniziarono le sfortune di Pier Maria che nel frattempo risiedeva a Torchiara. Alla corte di Lodovico il Moro i Pallavicino conspirarono contro i Rossi; il loro rifiuto di sottomissione alle imposizioni di Milano provocò scontri e man a man cedettero i loro castelli agli Sforza. Nel 1482 Pier Maria fu trasportato a Torchiara, dove morì, e l’anno seguente la fortezza cedette al Moro.

Nel 1499 il Re di Francia subentrò a Lodovico il Moro al trono di Milano e Torchiara venne affidata a Pietro di Rohan; riconsegnata al nipote di Pier Maria, Troilo, ritornò dopo poco ai francesi.

Venduto ai Pallavicino, che lo tennero dal 1503 al 1545, fu ceduto agli Sforza di Santafiora. Gli ultimi fatti d’arme risalgono a Ottavio Farnese e successivamente il castello divenne dimora signorile sino alla soppressione napoleonica dei feudi quando era in possesso degli Sforza-Cesarini.

Nel 1909 fu venduto al cav. Pietro Cacciaguerra che lo spogliò di ogni arredo prima di cederlo allo Stato nel 1912.

L’architettura è una delle più belle tra quelle castellane quattrocentesche italiane, anche se il disegno originario non prevedeva loggiati (cinquecenteschi) e prediligeva finestre piccole e una cortina muraria ininterrotta.

Il castello è difeso da tre ordini di mura, quattro torri angolari e ponti levatoi. Gli accessi erano due, uno a ovest che permetteva l’ingresso al borgo, controllato da un rivellino ora scomparso e ponti eretti su un fossato asciutto; l’altro ingresso, quello attuale, era difeso da un secondo rivellino che dava accesso ad una ripida rampa che conduceva alla rocca e verso il punto a cui si era condotti anche dall’altro accesso sotto l'occhio delle quattro torri: del Leone, il mastio dell’angolo nord-ovest, del Giglio nell’angolo nord-est, di S. Nicomede a sud-est e la quarta nell’angolo sud-ovest.

All’interno la nota camera d’oro affrescata dal Bembo (1460 ca.) era lo studiolo di Pier Maria, raffinato umanista, che lo volle dedicato alla sua amante Bianca Pellegrini. Gli affreschi nelle quattro vele della volta rappresentano i castelli dei Rossi, con l’eccezione di Felino, il centro politico amministrativo della signoria rossiana e anche il centro ideale della vista riprodotta nella camera. Sono raffigurati, inoltre, lo stesso Pier Maria con Bianca, le formelle in cotto che ornano la parte inferiore della stanza erano invece completamente rivestite d’oro.

La cappella di San Nicomede era ornata con un polittico del Bembo e una tribuna intarsiata, ora esposti al Castello Sforzesco di Milano.

Nelle sale del pianterreno e primo piano molti affreschi sono attribuibili a Cesare Baglione che a fine Cinquecento ornò di grottesche e rimandi mitologici la rocca.

 

 

Badia Cavana

La fondazione del complesso abbaziale e dell'annesso monastero è, seppure in mancanza di un preciso atto di fondazione o dotazione, attribuita per tradizione all'opera di San Bernardo degli Uberti che fu vescovo di Parma (1106-1133) che la eresse alle pendici del Monte Cavana fra le località di Ciola e San Michele.

L'abbazia viene ricordata nel privilegio in favore dei vallombrosiani del 1168 nel quale si cita il monasterium de Capanna mentre un breve del 1176 riporta monasterium de Cauana.

La sua storia è collegata alla famiglia di quell’Arduino dalla Palude che fu capitaneus e vassallo di Matilde di Canossa; ancora in epoca moderna i visitatori descrivevano i magnifici sepolcri della famiglia che adornavano l’ingresso dell’Abbazia.

All’inizio del Quattrocento il monastero viene trasformato in Commenda e la sua importanza diminuisce fortemente, così come sul finire del secolo viene abbandonata la vicina Pieve di Cavana. Nel 1564 la chiesa di San Basilide dell’Abbazia diventa chiesa parrocchiale.

Nel nartece, all’ingresso della chiesa, le colonne sono adornate da un raffinato ciclo scultoreo che conserva le tracce dei tempi di splendore del monastero così come gli ambienti attigui raccontano del chiostro e degli antichi ambienti del cenobio.

Gli elementi che caratterizzano invece le due lunette, sull'ingresso in facciata e sull'accesso al chiostro, assieme ai caratteri arcaici della piccola cripta contenente l'arca di San Basilide suggeriscono alcune ipotesi riguardo al problema della datazione degli edifici di Badia Cavana. Per quanto riguarda le lunette, infatti, è visibile il reimpiego nell'attuale loro sede ed è pensabile una cronologia con aperture verso il secolo X.

Allo stesso modo l'impianto del sacello sembra corrispondere ad una fase precedente quella che documenta la costruzione del complesso monastico così come lo vediamo; questa osservazione trova riscontro nelle caratteristiche di antichità dell'arca che contiene le reliquie di San Basilide. Sulla scorta di queste considerazioni parrebbe probabile l'esistenza di una fase anteriore a quella contemporanea alla conversione del luogo di culto alla riforma Gregoriana caldamente appoggiata da Matilde di Canossa, e alla sua trasformazione in abbazia, durante l'episcopato di San Bernardo degli Uberti.

La sua posizione lungo la strada di Linari rimanda, oltre che alle concentrazione dei beni patrimoniali dei da Canossa e delle famiglie a loro collegate, ad una volontà di controllo del territorio e di un'area di strada che rappresentava il più breve ed agevole collegamento fra Parma e il passo del Lagastrello. Non è un caso che, ancora all'inizio del Quattrocento, i della Palude rivendicassero la proprietà del mulino di Antesica, luogo di guado del torrente Parma sulla confluenza con il Parmossa, che figurava tra le dipendenze dell'Abbazia.


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